Litigare con Dio

19 Nov
19 novembre 2013

A volte, per interrompere lo schema di una mente risentita che è lì a raccontare quanto il mondo sia ingiusto con lei, chiedo: hai mai litigato con Dio? Tutto sta nel porre la domanda al momento giusto, attendere l’istante propizio in cui quelle parole possano penetrare come una lama nel flusso di pensieri schiamazzanti che affollano una mente risentita e amareggiata. Ecco scendere finalmente il silenzio, cos’è quella domanda? Che significa? Non mi permetterei mai di litigare con Dio, starà pensando la mente dopo un attimo di smarrimento, io ce l’ho con tizio e caio, non certo con Dio.

Inconsciamente abbiamo introiettato l’immagine di un Dio che punisce più di quanto ci ami. Quindi preferiamo non averci a che fare, tanto meno desideriamo litigarci. Siamo abituati a pensare a Lui come ad una forza spirituale esterna, separata da noi. In questo senso tendiamo, nel migliore dei casi, a relazionarci a lui come faremmo con un padre più o meno amorevole. Cerchiamo finanche di nascondergli qualche marachella. Eppure l’esistenza non è separata da sé, essa si compenetra in se stessa. Ogni stanza ha una porta, un passaggio, che la collega ad altre stanze, altri spazi, alcuni dei quali contengono spazi più piccoli e sono contenuti da spazi più grandi. L’esperienza della separazione è puramente percettiva, soggettiva e non oggettiva.

Quando Neal Donald Walsh, una notte, si è arrabbiato con Dio e gli ha scritto una lettera piena di frustrazione, aprendosi completamente a Lui, ha sentito una voce provenire dal lato destro, come se qualcuno gli sussurrasse all’orecchio. La sua percezione gli diceva che era una voce esterna a sé. Ma nessuno era visibile nella stanza. Quindi pensò che fossero solo suoi pensieri pieni di saggezza, emersi all’improvviso. Ma rileggendo ciò che quella voce gli diceva non ritrovava nessuno dei suoi pensieri e alcune di quelle parole lui non le aveva mai utilizzate. Quindi non era lui, ma era Lui. Potremmo dire che era il suo Sé più ampio, aveva aperto una porta che gli consentiva di accedere ad uno spazio differente, in cui lo strapotere della mente e dei suoi pensieri veniva meno. Questo non sarebbe stato possibile se egli si fosse sottratto al conflitto (con Dio).

Litigare con Dio è sempre meglio che non averci a che fare per niente. Riversare il tuo risentimento, i tuoi dubbi, su di Lui, perlomeno implica il riconoscerne l’esistenza. Il riconoscere l’esistenza di qualcosa, dentro di te, che può guidarti. Fare come se Lui non esistesse e cercare sempre le soluzioni nei ragionamenti mentali allontana la possibilità di quel contatto. La cosa più importante, all’inizio, non è essere in sintonia con Lui. Pensare che questo sia possibile da subito è solo presunzione, un altro trucco della mente per mantenere il controllo. Non c’è nessuna estasi nel seguire delle regole, la crescita interiore è nella relazione. E, come in tutte le relazioni, il conflitto è un passaggio obbligato. Litigi, pace e poi ancora litigi, questo ti porterà a raggiungere un intimità. Potrà avvenire gradualmente, o all’improvviso, e per ognuno il contatto sarà stabilito in un modo specifico.

Ho iniziato rivolgendo a Lui le mie lamentele, le mie considerazioni sul suo operato nella mia vita, ho iniziato sentendo dei brividi quando pronunciavo alcune frasi. Era come un si. Quando pronunciavo alcune frasi, quando colpivo nel segno, sentivo quel si vibrare nel mio corpo. Ciò che conta è il contatto, parlargli con parole tue e non con formule preconfezionate. Trovare il proprio modo di aprire quella porta dentro di sé, questa è l’opportunità che ogni umano ha, da subito, per avvicinarsi all’Essere.
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