Il lavoro con gli stati di trance

02 Feb
2 febbraio 2014

Da un certo punto di vista, i progressi nella comprensione di sé possono essere osservati attraverso i cambiamenti percettivi che un ricercatore del vero deve necessariamente attraversare. Tutte le tecniche, le pratiche o gli studi che facciamo in tal senso dovrebbero portarci, ad un certo punto, a fare un salto percettivo. Significa liberarsi da una porzione di idee e catene mentali, radicate in profondità, che ci tenevano in uno schema più piccolo per entrare in uno schema più grande. L’Essere risvegliato giunge ad abbandonare ogni schema e questo lo porta a sentirsi uno con il tutto, in lui l’idea illusoria di separazione si è dissolta.

Da questo punto di vista ognuno di noi vive continuamente in una trance che rispecchia l’ampiezza e la forma del suo schema in quel momento della sua esistenza, a tal proposito ho apprezzato le parole della psicoterapeuta

A. D’Angicco: «D’altro canto non si può ignorare che ciò che nel mondo occidentale chiamiamo coscienza ordinaria, viene definita da Charles Tart, uno studioso noto nel settore, niente di più di una “trance consensuale”. Quando siamo in uno stato, che tutti consideriamo ordinario, di coscienza, è come se fossimo intrappolati in un dialogo interiore che crea un grande sogno collettivo, una grande illusione che condividiamo con tutti, ma rimane pur sempre ciò che gli orientali chiamano “Maya”, illusione. Per noi tutti la coscienza ordinaria è un assunto che ci permette di muoverci nel nostro ambiente e di condividerne le premesse emotive, religiose, politiche. Tutto l’universo ordinato in cui ci ritroviamo è, in questo senso, una trance, che ci toglie l’ansia di vivere nel caos di dover settare e testare ogni volta il mondo intorno a noi. La stessa socializzazione consiste in un processo che pone le persone in una trance che può durare tutta la vita. Nessuno di noi, in condizioni normali di mente, va in giro in città nudo, proprio per effetto di questa socializzazione: si tratta delle coordinate in cui ci riconosciamo, della cultura e dei valori che ci appaiono reali e naturali, fin da quando tale processo comincia, ovvero dall’interazione con i genitori, e prosegue poi con l’educazione religiosa e scolastica, l’università e il setting lavorativo».

Ecco che la dimestichezza con gli stati di coscienza, la capacità di passare da uno stato percettivo ad un altro, ci permette di sperimentare realtà più ampie, liberandoci progressivamente da paure e limiti a cui siamo ormai abituati. In questo senso il lavoro con gli stati di trance permette a chiunque di accedere a stati di coscienza più elevati, anche solo per pochi minuti. Ci permette di aprire una finestra su altri mondi, attraverso l’attivazione di zone della nostra mente solitamente sopite. Una volta fatta l’esperienza di Essere multidimensionale sarà più semplice abbassare le resistenze della nostra mente logica, ci permetterà di ancorarci a quell’esperienza e farci guidare da essa. Ad esempio, creare un precedente, attraverso l’induzione di uno stato di trance che agevoli un’esperienza di contatto con le proprie parti animiche, amplia notevolmente l’idea che abbiamo di noi stessi e dei nostri limiti e ci spinge a costruire un’autentica Fede nel nostro Spirito e nell’Esistenza, autentica perché basata su un’esperienza e non semplicemente su un sentito dire. Chi ha fatto l’esperienza crede a prescindere dall’altro, è la sua esperienza, potrebbe anche essere l’unico a pensarla così, a lui non importa. Il credere per sentito dire ha bisogno di un gruppo, non avrebbe senso altrimenti, quella credenza si dissolverebbe senza l’adesione alla trance consensuale alimentata dal gruppo.

Per questo nel nostro lavoro con le persone, ad un certo punto, arriva il momento dell’esperienza, attraverso passaggi graduali che permettano ad una mente egoica di prendere in considerazione una realtà che inizia a mettere in serio pericolo la sua supremazia.

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