Ciò che vuoi non È

24 Apr
24 aprile 2014

Sempre più persone iniziano a prendere confidenza con i meccanismi di funzionamento dei propri pensieri, degli stati emozionali, e, più in generale, con la possibilità di riprendere in mano le redini della propria esistenza. Alcuni diventano piuttosto bravi in questo e raggiungono risultati esteriori apprezzabili, qui iniziano i guai. Quando ottengo dei successi esteriori l’ego li fa subito suoi, se ne prende il merito. Diciamo a noi stessi, e lo trasferiamo agli altri anche in modo non verbale, che siamo stati davvero bravi e questo ci ha portato a realizzare ciò che abbiamo conseguito. Osserva, quando una persona raggiunge dei successi in un ambito particolare, allora il suo ego sarà più forte, e lo sarà non solo in quello specifico ambito ma in ogni cosa della vita. Quindi, ad esempio, ottengo dei buoni risultati sul lavoro e mi sento più forte anche nelle relazioni con gli amici o con il partner. Anche nella ricerca interiore mi sentirò più forte. Penserò che, se sono stato capace di arrivare fino lì nella vita esteriore, sto diventando più consapevole e quindi gli altri, che non sono stati capaci di realizzare tutto questo, dovrebbero prendere esempio da me.

Quando questo atteggiamento, questa idea interiore, si prolunga nel tempo, si cristallizza, a questo punto sono fregato. Da ora in poi qualsiasi osservazione interiore sarà deformata da questo filtro egoico, ogni cosa. Anche quando, nei gruppi di crescita esperienziali, emerge la sofferenza più grande, questa sarà vissuta come un merito da quella stessa mente egoica che avevamo intenzione di ripulire: “sono riuscito a toccare una parte profonda del mio essere e ora l’ho ripulita, crescendo in consapevolezza” penserà, tutto diventa una riprova della propria “grandezza”.

Ci sono solitamente due modi per uscire da questa empasse percettiva, uno implica meno sofferenza ma è più difficile da attuare, il secondo implica un dolore molto più intenso ma è più semplice da attuare. In entrambi i casi si inizia col prendere coscienza di stare messi male, molto peggio di come si pensava. Nel primo caso sono in grado di vedere la trappola che l’ego mi ha teso e in cui sono caduto per tanto tempo, inizio a entrare nel silenzio e osservare come si muove. Inizio a osservare come l’ego, ad esempio, si prende il merito di tutto ciò che funziona nella mia vita e da le colpe ad altri di ciò che non funziona. Quindi inizio a smettere di prendermi i meriti, mi prendo solo le colpe, in questo modo destabilizzo l’equilibrio egoico, dopo un po’ di pratica smetto di prendermi sia colpe che meriti, togliendo così sempre più energia all’ego fino a portarlo alla fame. Questo mi porterà un certo livello di disagio, per riprendere terreno l’ego cercherà altri modi per fregarmi, dicendo, ad esempio, che sono davvero bravo a smettere di prendermi meriti e colpe! L’ego ha molta più esperienza di te nel fregarti, ha dedicato tutta la sua vita a questo scopo, tu sei un principiante, ma hai degli alleati su cui puoi contare, una forza che è al di la della tua mente.

La seconda possibilità è aspettare che ci pensi la vita. Essa agisce sempre in un ottica evolutiva, anche quando esteriormente sembra che non sia così. Ad un certo punto l’elemento su cui l’ego si basava, da cui prendeva forza, viene meno. Ciò che dava sicurezza alla mente ti viene tolto, si sgretola, nonostante la tua lotta, la tua resistenza a mollare l’attaccamento.
Lo stesso meccanismo si innesca in chi ha sperimentato anche solo piccoli successi ma solo per un tempo limitato. Quando invece sei in una situazione di disagio esteriore sei generalmente più ricettivo, più predisposto all’ascolto di altri punti di vista, puoi utilizzare quella energia per rompere alcuni schemi. Sei più motivato al cambiamento e se fai leva su questa spinta puoi renderti conto di quanto fallace sia la mente con tutti i suoi capricci. Litigando con Dio ti renderai conto che ciò che vuoi (ciò che vuole la mente) non È (ciò che vuole il “tuo” Spirito).

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